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Preparativi e usanze catanzaresi nell’attesa della Pasqua …

 

                                  

       A Catanzaro un tempo si  usava, nella prima domenica di quaresima, esporre fuori dalle abitazioni ‘a corajìsima:

 una pupattola vestita con un lungo abito nero che portava in mano ‘u fusu, un arnese usato nelle società tradizionali per la lavorazione dei tessuti.

          Ai suoi piedi veniva posto un arangu (arancia selvatica) con sopra infisse sette penne di gallina.

Ogni domenica che passava, veniva  strappata una penna.

          Il più giovane della famiglia assumeva il compito di tirare l’ultima nel giorno del Sabato Santo, quando le campane riprendevano a suonare a festa per annunciare la resurrezione di Cristo.

        Questa tradizione vive ancora nella graziosa cittadina di San Floro, nelle vicinanze di Catanzaro, ad opera della devota signora Francesca Pilò (1920); la quale ha ereditato dalla propria madre la corajisima di cui dispone e che ogni anno, è motivo di attrazione

 per curiosi e fotografi provenienti anche dal di fuori della nostra Regione.                                           

       La preparazione alla Pasqua – secondo la devota catanzarese Angela Gualtieri (1946) - comincia il primo venerdì del mese di marzo, con la preparazione dei piattini. C’è chi li allestisce 40 giorni prima della Pasqua, disponendo uno strato di bambagia o canapa in piatti o ciotole e spargendovi sopra  semi di lenticchie, grano, frumento, ceci o fagioli.

      Si copre poi il tutto con un secondo strato di cotone. I piattini vengono inumiditi spargendovi dell’acqua. Le piantine non tardano a germogliarvi, bianche per il buio del luogo in cui i piatti si pongono e fitti come veri, piccoli prati.

      Prima che essi vengano utilizzati per adornare l’altare del Sepolcro, le donne fanno a gara a renderli il più possibile belli, con nastrini e con violette, per attirare l’ammirazione di quanti vanno a visitare i  sepolcri. 

     Le chiese gareggiano negli addobbi e, di anno in anno, riducono il bisogno ornamentale dei piattini; riservano, invece, largo spazio a piantine di mimosa, alberelli di limone, rose e a quanto altro gli allestitori ritengono opportuno.

     La sera del Giovedì Santo le Chiese sono oggetto di pellegrinaggio per migliaia di catanzaresi.

       La tradizione vuole che se ne debbano  visitare in numero dispari: tre, cinque o sette, poiché secondo la credenza popolare, tali numeri simboleggiano rispettivamente la SS. Trinità, le Piaghe di Gesù e i Dolori della Vergine.

      Questo dovere cristiano, imposto dalla nostra tradizione religiosa, è diventato, però, negli ultimi decenni,  una scusa per dar luogo al così detto struscio, una passeggiata notturna caratterizzata dallo sfoggio di struscianti vestiti, ad opera maggiormente delle donne che richiamano giovani ed adulti a loro seguito.   La città, in conseguenza, si rianima in modo insolito anche di notte.

                                   

                                                                                      Andrea Bressi